Rispecchiare

Si affrontano, muti. Uno ha il volto livido, congesto, e l’alto lo rispecchia e cupo gonfia il proprio respiro.

E’ abbastanza. Il primo si disfa in un pianto dirotto; il secondo lo accoglie e se ne colma, e schiuma e sbatte finché l’altro non torna sereno.

E’ così: l’empatia, come tra cielo e mare, scatena una tempesta.

Elisa Misuri

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Lofoten

Le montagne

perfino le montagne

qui si sciolgono

in un eterno scorrere

frastuono di fiume.

 

Il mondo intorno a noi

cambia ad ogni passo,

si nasconde sotto profonde

coperte di ghiaccio

fino a gettarsi con le braccia

al collo del cielo.

 

Siamo arrivati ai confini del mondo

per vedere se ci saremmo

inseguiti fin qui.

 

Matteo Mazzoni

La Tempesta

C’era una torre su ogni promontorio dell’isola, ritta a far la guardia al mare. Su ognuna delle torri vi erano delle vedette – e anche loro stavano ritte a far la guardia al mare. Ognuna sapeva che dovevano dare l’allarme per ogni vascello di bandiera straniera scorgessero tra le onde. E questo ognuna di loro faceva, fino a quella notte.
La notte della tempesta c’erano tre uomini sulla torre ovest, guardo stirato sotto le visiere dell’elmo a scrutare nel buio dell’acqua in tumulto. D’improvviso il primo di loro, gridando, indicò un biancheggiare diverso da quello della schiuma d’onda, un biancheggiare di vele. La seconda vedetta si preparò a dare l’allarme, poiché non conoscevano la bandiera stracciata dal vento che a tratti illuminavano i lampi. La terza vedetta, però, lo fermò. Per un istante i tre uomini si fissarono, al di sotto degli elmi che gocciolavano pioggia.
Presto il vascello si sarebbe schiantato sugli scogli sotto al promontorio, e la nave, sì, era straniera, ma non lo erano le urla che arrivavano dal ponte. Quelle erano note perché umane. Alle tre vedette, che passavano la vita ad esercitare lo sguardo, ne bastò uno per comprendersi e decidere. In fretta ammucchiarono paglia e stracci e accesero un fuoco, che presto fu grande abbastanza da illuminare il promontorio in quella notte buia, permettendo alla nave straniera di accorgersi del pericolo e di cambiare rotta.
Quella notte le tre vedette non spensero il fuoco e presero l’abitudine di accendere uno in ogni notte senza luna. Così nacque il primo faro; dal riconoscere che l’umanità ci rende uguali attraverso la tempesta.

Elisa Misuri

Bella di notte

Ti ho trovata lì; fra i ciottoli di asfalto e gli anfratti del buio, fra la strada lucida e le costellazioni che sono solo tue. Bella di notte, ho pensato di poterti parlare. Perché non appartengo al tuo buio, e ne provo un’intensa curiosità. Ho pensato di poterti dire questo, mentre mi avvicino, e mi allontano. Ho visto l’acqua posarsi sul tuo corpo.
Non avere fretta, bella di notte, striata di cremisi e in profumo di luna, lascia scivolare quella pioggia madreperla sulle tue corolle, sugli steli robusti. Prova il suo peso crescente mentre riempie il calice dei tuoi fiori, e sentila traboccare all’improvviso dai tuoi occhi profondi di polline, mentre sgorga fresca verso le tue radici.
Assapora questo silenzio delle tre, fra il regno dei grilli e quello scuro degli uomini, lascia che ascoltino in un rispettoso frinire il nero dolore fra le tue foglie. Lascia che si condensi nei tuoi molti semi. Lascia che il tuo veleno diventi il loro, e concedigli di staccarsi sotto la loro stessa gravità, cadendo nelle fratture aperte sull’arido grigio.
Abbandonali, con serena accettazione, bella di notte. Seppure tutti possano provare tormento, non a tutti è concesso di tramutarlo in notturna gentilezza. Godi delle tue metamorfosi, bella di notte.
Nel tuo passare, fra cancelli divorati dalla ruggine e muri di pietra, non correre con i demoni del vento; non lasciarti tentare dalla loro velocità, perché non è nella natura del buio scorrere lesto. Ma abbandonati al suo liquido, docile passaggio. Socchiudi gli occhi all’accecante giorno, e sorveglia la profondità della notte, che più di ogni luce necessita il tuo sguardo. Non temere ciò che non vedi, perché la tana della bellezza è una ragnatela intrecciata di mistero.
Non avere paura, bella di notte. Senti il richiamo della tenebra, ascolta i soffi di molte voci fra le tue foglie scoperte, ma non provarne timore. Sono sussurri, segreti chiassosi di giorno e limpidi con il fermarsi dell’oscurità.
Cattura il blu profondo del cielo nella linfa che è la tua vita, rifletti i pensieri di miliardi di stelle nello spazio di una lacrima fredda di rugiada. Lascia che il loro gas incandescente diventi la pallida foschia della tua notte. Lascia che esplodano spettacolari in un ciclo di rinascita infinita, e lascia che si infrangano, minuscole, sulle tue penombre.
Bella di notte, apriti al calare della campagna profonda, nera e vicina. Così vicina da fare paura. Apriti allo sbocciare del mondo quando il sole muore. Odi le voci dei notturni, ascolta i loro richiami alla generosa luna; partecipa alle lamentazioni della sua scomparsa e gioisci con loro quando ritorna, in tutta la sua fulgida pienezza.
Quando poi sentirai la vita avvicinarsi attorno a te, non sussultare. Accetta le falene sulla tua pelle sensibile, con la loro calda livrea, le antenne piumate ed il morbido fruscio delle ali. Intenditi nella lingua di dialogo fra i tuoi pistilli ed il loro mormorare. E proteggile dal canto avido dei vesperelli urlanti, i principi del suono, che volano in cerchio trainati dalla fame. Ciechi di natura, ma liquidi e vibranti in una loro bellezza letale.
Ascolta la gente dell’erba e il suo parlamento, presta attenzione perché raramente mantidi, cavallette e ragni ripetono le loro discussioni. Sono un popolo geloso, brillante, e sovente si perdono nella loro dialettica.
E non pensare alle talpe sotto i tuoi piedi, e ai lombrichi che nutrono la tua fame; non perché non meritino la tua attenzione. Sono muti di natura, gentili, ma sono lavoratori instancabili, e le astrazioni non gli appartengono.
Arriverà, poi, la tempesta bella di notte.
Non negarla, non fingere di non vedere quelle nubi minacciose avvicinarsi, che sembrano tanto le cime di alberi mastodontici. I venti ululeranno come branchi di lupi riuniti in una sola creatura, la pioggia cadrà forte e salata come quel mare di cui non puoi sapere nulla. E bestie luminescenti correranno roboando sulle scie dei lampi, ruggendo di vita rabbiosa e di scherno.
Come le meduse, delicati e splendidi misteri fluttuanti, che però tu non conosci, bella di notte.
Ancora una volta, non avere paura. Non temere quella luce accecante, perché è l’unico modo che ha la notte per comprendere la voce del giorno; ed il temporale, che viaggia attraverso le valli del mondo senza mai dormire, senza mai fermarsi, le racconta sempre le meraviglie attraverso cui è passato. È curiosa, la notte. Come una bimba che ascolta rapita una vecchia favola sulle ginocchia del nonno.
E tu sii curiosa assieme a lei. Il diluvio è un signore grande e distratto, può incutere  timore, ma è gentile, e volentieri si perde nei suoi racconti. E tu perditi assieme a lui. Muoviti nei venti, oscilla al cadere dell’acqua, accetta il caos che solo appartiene a sé stesso in quel buio abissale. È quella la sua identità. Bella di notte, ascolta commossa e divertita, non irrigidirti al dinamico danzare delle nubi e del gelo; ma segui la storia che narrano, invece. Diventane parte. Quando sarà tornato, ancora, il sereno, potrai rimpiangere l’eruzione del vapore, della brina e dell’acqua come un amico lontano. Che avrà sempre, sempre modo di ritrovarti, fra il ciglio dell’asfalto e gli occhi d’ottone dei gechi.
Ama l’esclusività del tuo esser bella come una donna, spirito della campagna, gioisci della tua dolcezza che sola si svela quando pochi possono cercarla. Goditi sempre il tuo esser bambina, senza lasciare le consapevolezze del tuo crescere.
Abbi fiducia nella volta stellata che ti protegge, non tremare al vento che ti carezza e non temere le braccia amichevoli della tenebra.
Scalpita nell’avvicinarsi del tramonto, lasciati andare alla nostalgia quando l’alba irrora il cielo macchiato di nubi con liquido oro rosso. Opponiti alla cieca, rovente veglia del sole, e sogna; non di un rifugio, o di una fuga devi sognare, ma delle cose che la notte per quanto generosa, non potrà concederti. Sogna piano, e bene.
Bella di notte, ama il tuo schiudersi, i tuoi semi neri di tossine ed il verde acceso fra i tuoi colori impazziti.
E ogni volta che qualcuno scoprirà il tuo mistero, vedrai bella di notte, non presterà più culto all’abbagliante sole. Ma poserà un sorriso appena colto sull’imbrunire nell’attesa di te, e dedicherà la propria serenità al tuo sguardo di crepe su strada, alla penombra sopra la tua dolcezza.
Non sarà l’incandescenza, né il calore bella di notte. Ma frescura e brezza silenziosa, sui coltelli affilati di luce che striano la tua esistenza.

 

 

Samuele Gabbanini

Autunno

L’autunno fa male

un dolore fisico

che senti nelle ossa

lo sentono i fagiani

tremanti, tra l’erba umida.

Lo sentono i cinghiali

in fuga

in fuga.

Le foglie si gettano nel vuoto

nel loro ultimo istante di vita

e precipitano, urlanti, al suolo

si fanno calda, scricchiolante trapunta

sui cadaveri degli insetti

sulla materia marcia,

in decomposizione,

morta,

in divenire.

L’autunno non spiove.

L’autunno abbatte

gli argini

e non c’è diga

che trattenga queste lacrime.

 

R.

Esoscheletro

Guarda che sanguini.

Hai raccolto dalla sabbia
Quel vecchio guscio di conchiglia.

Attento a non sporcarti la camicia
Goccioli.

È proprio un bel taglio.

Guarda:
Chitina
Aragonite
Calcite
Scuti di osso compatto
– un esoscheletro.

Ben strutturato, tra l’altro,
Scaglie aggregate
Per sincrondrosi,
Spoglie secche di cristalli minerali affilati.

In vita custodiva
La creatura tenera
Avvolta nella valva – lo sai –
Era buio rifugio del suo
Corpo pallido.

Una piccola cosa,
Anodina e inerme,
Se nuda,
Senza addosso questa vestigia
Di una paura saziata.

Guarda che sanguini
Di una difesa.

Aspetta che guardi in borsa,
Forse ho un cerotto,
Vieni qui.

Intanto che ci chiediamo – sorridendo –
Se la creatura sospettava
Che un giorno
Sarebbe stata macchiata di sangue

E se ne avrebbe avuto paura.

 

Elisa Misuri

Abissi nelle tasche

Una volta sono capitato in un paese in cui gli abitanti avevano scoperto che è più comodo portarsi gli abissi della propria mente in tasca piuttosto che lasciarseli annidare nel cuore. Così, quando le mamme stringevano i bambini alle gonne, questi sentivano lo sciabordìo delle onde infrangersi contro la stoffa, e si addormentavano cullati dalla voce della risacca. I loro calzoncini da bambini contenevano abissi limpidi e frizzanti, e i più spericolati si divertivano ad affacciarcisi dal bordo delle tasche,e a lanciare dei sassolini per indovinare quanto fossero profondi.  Gli innamorati, invece, si immergevano l’uno nelle tasche dell’altro in apnee lunghissime. Alcuni avevano  abissi talmente profondi che le tasche gli pendevano pesanti ai lati della giacca, e camminavano curvi sotto il peso dei propri maremoti. Ad altri ancora, quando il tumulto interiore diventava intollerabile, sfuggivano schizzi d’acqua salmastra con rombi di tuoni dalle tasche dei jeans. Le mie tasche vuote destavano incredulità e sospetto, così non mi fermai a lungo in quello strano paese: ma mi capita spesso di ripensare con una punta d’invidia ai suoi abitanti, immaginandoli rincasare e riporre i propri abissi nell’armadio, appesi ad una gruccia.

 

Rosita Liperoti

abi2

Assenzio

Quello che ci rende umani è il tinnito auricolare.
Quel rumore di fondo che ci resta intrappolato nelle orecchie quando alla fine della notte restiamo soli. Quando tutto tace e nessun respiro vicino ci consola, nessun scricchiolio familiare, nessun suono dalla strada, restiamo solo noi, nel letto, schiacciati dal buio, a dover dormire e all’improvviso non ricordarsi come. Come si fa ad addormentarsi? Com’è, quand’è, che il nostro cervello decide che può entrare in modalità riposo e lasciare scorrere tutto? Non lo so, ma succede, anche se a volte per momenti troppo brevi per portare il nome di sonno. Stiamo lì, indifesi nell’ombra, le coperte o il calore estivo come unica armatura, contro tutto, contro il mondo, e come facciamo a decidere che quello è davvero un posto sicuro per abbandonarci all’incoscienza, come si decide, perché? E se non fosse così? Se vi accorgeste che quello che avete scelto come vostro letto, come vostro cuscino, come vostro tetto, come vostro compagno, come vostro riparo, come vostro riposo, non fosse un posto sicuro? Come vi sentireste? Smarriti, perduti, disperati, furenti, nauseati, sconvolti, sconvolti, come si può vivere ancora quando quella che avevi scelto come casa, come posto sicuro, è invece un tana di leoni affamati o di orsi feroci o di amori sbagliati? Nessuno dovrebbe sopravvivere alla distruzione del proprio rifugio perché, per quanto se ne possano edificare di nuovi, il dolore resta sempre, resta per sempre, e nessuno, nessuno, dovrebbe convivere con quel dolore. Con il dolore che l’unica certezza fosse una menzogna, un’illusione.
E invece, quasi sempre, lo facciamo, viviamo ancora, e mi è davvero difficile ancora capirne il perché, capire il desiderio della terra di non richiamarci quando ormai non è rimasto più nulla di noi se non il dolore.
E’ allora che non ci resta che aggrapparci al tinnito auricolare, alla solitudine dell’essere umani, a quel senso di vuoto e smarrimento talmente devastante da farci sentire unici, ma che invece ci accomuna tutti a radici profonde. Il senso di perdita, di incertezza, di totale abbandono: niente ci rende più distruttibili, niente ci rende più umani, ed è per questo, che pur nel buio, pur da soli, pur soffrendo, nessuno può essere davvero perduto in qualcosa di più grande dell’umanità stessa, perché ogni individuo che sente quel sentire diventa automaticamente parte di tutti, di tutte le persone che si sono fermate, anche solo per un attimo, e hanno percepito la sensazione di essere irrimediabilmente perdute.

 

Valentina Nastasi